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Duel



Regia di Steven Spielberg
sceneggiatura di Richard Matheson



“Non si può mai dire, non si può mai dire. Uno crede che certe cose siano abbastanza naturali: come per esempio guidare la macchina senza che qualcuno cerchi di ammazzarti. E invece tutto a un tratto qualcosa cambia e per mezz'ora della tua vita perdi ogni contatto con il mondo civile e ti senti come se fossi di nuovo un selvaggio nella giungla.” (David Mann)

Un uomo, la sua auto, una vecchia autocisterna e il suo pazzo autista, parecchie miglia di strada aperta e Steven Spielberg. Non c’è bisogno di altro per creare il road-movie più famoso di sempre.

Che cos’è la strada se non una giungla dove la legge del più forte regna sovrana. E sulla strada tutti si sentono i più forti, almeno fino a quando non incontrano qualche tonnellata di acciaio su ruote che gli sta venendo addosso. È questo quello che ha provato David quando dallo specchietto retrovisore si è visto arrivare a tutta velocità quell’autocisterna sporca e arrugginita. David Mann è una persona come tante.
Indossa una camicia con una cravatta, un paio di occhiali e ha una pettinatura sobria: lo stereotipo dell’uomo comune.
Poi c’è lui, Il camionista.
Un uomo misterioso che mai viene visto in volto. A dire il vero non si vede nulla di lui, tranne che il suo braccio sinistro e i suoi stivali. Ma non importa, di sicuro la sua autocisterna viene vista di certo.
David guida un’auto rossa, o meglio, guida la classica riconoscibile e comunissima auto rossa. Il suo è un viaggio di lavoro che lo porta a macinare le centinaia di miglia attraverso il vasto deserto degli Stati Uniti.
Poi, eccolo li: è il classico camion lento e sporco, che affumica coi suoi gas di scarico, ostacola la strada e disturba il viaggio.
È insopportabile averlo davanti.
Sulla strada l’istinto ha la meglio su ogni altra cosa e il sorpasso diventa d’obbligo, quasi una necessità di sopravvivenza: è la legge del più forte.
David non sa che da ufficialmente il via al “gioco”, al quale non sa ancora di partecipare. Fa assaggiare la sua polvere alla cisterna, la sorpassa e la lascia indietro di parecchie miglia. L’enorme camion ricomparirà nello specchietto retrovisore di David, senza accennare a rallentare: il duello ha inizio.

Più che inseguimento questo è un vero gioco del gatto col topo in cui David e la sua auto rossa fungono da roditore, mentre la cisterna sembra un famelico felino pronto a sbranare chiunque gli si pari sulla strada. Ecco che il camion è seminato.
Ora ricompare parcheggiato ad una stazione di servizio.
Viene seminato nuovamente.
Eccolo di nuovo, fermo in un’area di sosta lungo la strada.
Stava aspettando solo te, David.
Meglio lasciarlo indietro ancora una volta.
Fermo ad un passaggio a livello, David aspetta il passaggio del treno, il camion rispunta da dietro e quasi impaziente comincia a speronare l’auto spingendola verso i binari.
David si salva, preme l’acceleratore e fugge via.
Eccolo di nuovo!
Questa volta è fermo dentro una galleria, che attende la sua preda con la pazienza di un felino, e quando David se ne accorge, al camion gli si illuminano gli “occhi” e inizia ad inseguire la piccola auto rossa.
Via di nuovo.
David ora cerca di aiutare uno scuolabus in panne, spingendolo con la sua auto invano.
Ecco che ricompare il bestione!
David scappa, cerca di avvertire l’autista dello pulmino, ma il panico ha la meglio, e da gas. Ironicamente ci pensa il camion ad aiutare il veicolo in panne, quasi come se volesse dire a David: “guarda qui!” Di nuovo in fuga David va a tavoletta e riesce distanziare il bestione, ma qualcosa va storto: la sua auto fuma e qualcosa non va nel motore, sarà la fine?
La tensione è alle stelle, la paura è tanta e David dovrà escogitare qualche cosa se vorrà porre fine a questo diabolico e sadico gioco.

“Ehi, sentimi bene, amico. Non puoi andare in giro con quel bestione che hai lì fuori e metterti ad uccidere la gente!” (David Mann)

Il 1971 è la data di nascita di questo capolavoro.
Girato in soli tredici giorni, questo è il primo film dell’allora venticinquenne Steven Spielberg, un successo sopra le righe.
La storia invece nasce dalla penna di Richard Matheson, uno scrittore di racconti del terrore molto famoso in quegli anni.
Nonostante il budget limitato e le tempistiche ristrette, la cura dei dettagli non è affatto lasciata in secondo piano. Il giovane Spielberg ha fatto un vero e proprio casting per scegliere chi avrebbe dovuto interpretare il bestione d’acciaio.
Il ruolo se lo è aggiudicato il Peterbilt 281, ora divenuto una leggenda grazie a questa sua performance. La comunissima auto rossa invece è una Plymouth Valiant del 1971, ma poco importa.
Per il regista poteva essere una qualunque auto rossa.

La semplicità rende la storia affascinante, godibile e mai noiosa.
Nonostante la tensione che si crea, il film va giù facilmente come l’acqua.
Qualsiasi film trasmette emozioni, stati d’animo e racconta situazioni; questo no.
Le emozioni, gli stati d’animo e le situazioni fanno il film. Non il contrario.
Il gioco di tensione e paura fa tenere alta la guardia; c’è un’attesa, si sa che accadrà qualche cosa, ma non si sa cosa.
È questo “sapere e non sapere” che lo rende un brivido unico che ti tiene incollato allo schermo dall’inizio alla fine.
Le pause ti stremano, anzi, sono le pause stesse che ti fanno sentire i brividi da capo a piedi; qui l’acqua ti va di traverso.

Questo film è diventato un vero cult e l’immagine dell’imponente e indistruttibile autocisterna è riproposta in altre pellicole, racconti e addirittura nei videogiochi.
Si può dire che è stata creata un’icona fatta di acciaio e gasolio.
Non so, penso che dopo aver visto questo film, ci penserete due volte prima sorpassare un camion. E occhio alla strada.


“Cammina dannata cammina cammina ti prego ti prego camminaaaaaa” (David Mann)