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Aspettando il Tramonto - Capitolo II
di Peonia Glenn

LA PRIGIONE DORATA

Milena è in crisi. Non c’è niente che vada bene. Nella sua vita. Si capisce .La camera da letto la divide con sua sorella. Nella casa della nonna, naturalmente. Non è il suo scenario preferito. E’ il rigoroso “college” per recluse Di buona famiglia. La prigione dorata dove lei si appiattisce negli angoli come uno zombi. Atmosfera pesante. Silenzio insopportabile. “Menage”straziante. Da claustrofobia. Giornate che trascorrono troppo lentamente. Giornate strane delle quali non si ricorda nemmeno la data. Giornate sospese a fare finta di vivere. O di sopravvivere. E poi anche la città è contraddittoria. Sono contraddittorie persino le arie che si dà. Da grande metropoli. Con il Corso che è uno sbiadito concentrato di “boutiques” di lusso. Con il quartiere murattiano che inquina anche la solennità del Borgo Antico e della Basilica del Santo Patrono Con le sue strade squadrate. Con i suoi i suoi palazzi simmetricamente allineati. Con le finestre incorniciate di bianco sulle facciate di colore “rosso pompeiano”. Senza davanzali fioriti e nemmeno un “fazzoletto “ di verde tra le case. E’ vero! Non ci sono parchi in questa enorme aragosta di cemento che distende le sue “chele”intorno ad un semicerchio di mare. Milena è qui da due settimane. Deconcentrata dallo studio. Smarrita. Destinata a soccombere- Divorata dalla nostalgia,s’incupisce su cartoline del suo paese,passando per un’infinità di ricordi: le primavere che fiorivano nei giardini, sui balconi ed anche lungo i bordi delle stradine di periferia. Gli autunni che inclinavano dolcemente verso i primi freddi invernali. Insofferente, Milena è alla deriva.

Ore sedici passate.
Milena è alla stazione. E’ appena scesa dal treno. Di solito è una esperienza penosa. Una sensazione di vuoto che transita dallo stomaco prima di entrare nel cervello. Eppure questa volta è diverso. E’ un’altra storia. Rimuovendo ogni pallida indecisione, sprofonda in un’insolita e quasi selvaggia euforia. Un’ansia di qualsiasi cosa,per prolungare,ad arte, gli ultimi momenti di libertà. Milena non ha dubbi, esce dalla stazione,raggiunge il marciapiedi Ora sa qual è la cosa giusta da fare. Prende fiato. Va oltre. Verso il viale. Il palazzo dell’Università è li a breve distanza. Di fronte si apre una parodia di giardinetto pubblico. Un fazzoletto di verde che a guardarlo neanche si capisce perché lo definiscano Piazza.
”Ma questo non è proprio il momento di sottilizzare.”
Lei non desidera andare subito a casa e nemmeno bighellonare per le strade. Una decisione mezza arbitraria e mezza necessaria. Un pretesto ragionevolissimo per “dribblare” ogni ramanzina “Che c”è di male se vado a prenotarmi un esame?”
Nel cortile dell’Ateneo rallenta il passo. Si guarda intorno. Respira quell’atmosfera cosi piena di vita,di colore,di suoni. Ne assapora tutte le sfumature.
Poi..
Con tutta la frustrazione che può avere in corpo si avvia verso casa.
Il giorno dopo:
Stessa città, stessa casa, stessa prigione. La città geometrica,la città imbiancata da una pallida luce. Persiane chiuse. Strade deserte. La città intorpidita dorme ancora. Affondata nel silenzio dell’alba,nel sorriso del dormiveglia. O nell’angoscia della propria insonnia. Certe albe non sbriciolano pensieri soavi. Sfumano nelle caligini dei rituali quotidiani. Immutabili e nefasti anche nei confini di una normale sopportazione.

Interno casa.
Le stanze sono la visione più devastante di quel mondo tenebroso dove Milena si sente prigioniera. Con i loro mobili pomposi,intarsiati e panciuti. Con i divani e le mantovane di velluto rosso. Con il silenzio che trivella il cervello rappresentano la sintesi estrema delle patrie galere. Atmosfera livida, aria irrespirabile e luci abbrunate. Da perenne coprifuoco. “ Meglio il convento di clausura.”
Milena non si dà pace. Va su e giù nella sua stanza Si sposta in cucina per un caffè. Credenza chiusa a chiave, frigorifero vuoto e nemmeno un panino sul tavolo per ingannare l’attesa della prima colazione. C’era da scommetterlo e lei che tutte le mattine si aspetta un gesto di benevolenza. Niente di niente.
La cara nonnina sopporta la sua presenza ma non le concede attenzioni veramente affettuose.
“nessun altra è come lei” Non portare il suo nome,per la nonna, è come appartenere ad una razza inferiore. Ovviamente Milena non è la sua nipote preferita. Ovviamente,la nipote che porta il suo nome, è la sua pupilla. A lei è riservata tutta la sua tenerezza.
E non basta.
Per lei non esistono credenze chiuse a chiave. O sguardi di riprovazione. O fingere uno sbadiglio di noia come quando Milena parla.
“La nonna e la nipote preferita sono fatte l’una per l’altra.”
La sveglia squilla all’improvviso. Ancora un giorno privo d’interesse. Senza alcuna variante positiva. Senza alcuna novità imprevedibile. Una giornata noiosa come quelle già trascorse o quelle che stanno per arrivare. La pazienza non è una dote di Milena,è una qualità che lei non possiede. Lei si fida soltanto della sua mente per concedersi qualche impegno pieno di fantasia e di vitalità. Da guinness dei primati. L’indolenza non incoraggia l’operosità. Tradizione insegna.
“E allora? Muoviamoci.”
La risposta è un turbinio di pensieri elettrizzanti, supersonici e travolgenti. Un autentico coctail da capogiro. Allora cammina in punta di piedi. I suoi passi felpati non producono suoni. Il cuore è una elettromotrice ad alta velocità. La casa tace,lo scatto della serratura è appena percettibile come la chiusura della porta d’ingresso. Uscita eroica ma anche piacevole. Incantevole come il cielo ora colmo di sole.