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Cile: il mondo in un viaggio.
testo e foto di Giovanna Intra

Il Cile ha una forma insolita, è come un peperoncino gigantesco (sarà casualità che in spagnolo peperoncino si dica “chile”, pronunciato “cile”?...). Lungo 4.300 km e largo in media 180 km. Dal Perù, con il quale confina a nord fino alle porte dell’Antartide a sud, dal Pacifico alle Ande, un serpente di terra che riunisce varie fasce climatiche caratterizzate da paesaggi, flora, fauna, atmosfere e colori diversi, unici, sorprendenti e indimenticabili. Dal deserto, ai vulcani della cordigliera, dai laghi salati alle foreste di araucarie, dagli alpaca degli altipiani ai pinguini di Humboldt. Un viaggio in Cile è qualcosa di perfetto, completo, tanti viaggi in uno.
​La primavera è una buona stagione per viaggiare. Calcolando che siamo in zona australe, qui invece è autunno, ma calcolando anche le varietà di climi che si possono incontrare durante un viaggio da nord a sud, o ci si affiderà a una guida ben scritta, o ancor meglio ci si lascerà sorprendere, magari mettendo in valigia capi per tutte le stagioni, giusto per godersi il viaggio e non cadere vittima di caldo o freddo inaspettati…
Da Milano faccio scalo a Barcellona e da qui sono circa quattordici ore di volo ininterrotto fino a Santiago. Zaino in spalla e solo il biglietto di andata e ritorno. La prima tappa è giustamente la capitale Santiago, una grande città in cui si alternano zone coloniali, grandi boulevard in stile europeo e zone moderne. Alloggio in una vecchia casa del ‘600 adibita a ostello chiamato La Casa Roja: tutta in legno, ampie scalinate, cortile interno, clientela prevalentemente anglosassone. Non è nulla di tipico se non l’architettura, ma l’ambiente è accogliente, in una posizione centrale e offre un punto informazioni ben organizzato per i nuovi arrivati.
Ho un contatto in città, Marcelo, un amico cileno che da un anno ha lasciato l’Italia per ritornare nel suo paese per sposarsi con Cote. Lui e la moglie mi fanno da guida, visitiamo vari quartieri, pranziamo insieme, saliamo fino al Cerro San Cristóbal da cui si vede tutta la città e m’invitano a una merienda, cioè un intermezzo fra il pranzo e la cena, verso le 18.00, dato che in Cile gli orari dei pasti sono tutt’altro che continentali. Resto in città un paio di giorni e poi parto per il nord, con tappa a Valparaíso, una graziosa cittadina di mare il cui centro storico è stato dichiarato patrimonio UNESCO, circondata da varie colline sulle cui creste sorgono case colorate e viaggiano antiche funicolari ormai simbolo della città. Arrivo in autobus e alla stazione incontro una ragazza italiana che offre alloggio in casa sua. È di Pisa e vive col suo fidanzato cileno conosciuto in Erasmus a Siviglia. Accetto l’offerta, primo perché lei mi sembra simpatica e secondo perché non mi va di perder tempo cercando una sistemazione. Ho a disposizione una stanza molto carina in una vecchia casa dai soffitti alti e arredata in stile vintage. Faccio una passeggiata in collina, per vedere il mare dall’alto, per passeggiare fra file di piccole case variopinte, per bermi qualcosa in un vecchio caffè. Un turista europeo non passa mai inosservato in America Latina, soprattutto in località piccole e capita spesso che la gente attacchi bottone, incuriosita, interessata, forse per l’idea che parte di questo popolo discenda dal Vecchio Continente, così lontano, così diverso…

IquiqueResto qui solo una notte e decido di puntare tutto a nord per poi ridiscendere poco a poco. Tappa successiva Iquique. Dato che non ho pianificato voli interni (cosa consigliabile viste le enormi distanze), un buon mezzo alternativo è l’autobus. In Cile le linee ferroviarie sono piuttosto trascurate, mentre il bus offre un servizio puntuale, capillare e comodo, ma non sempre economico e ovviamente non così rapido. Da Valparaíso a Iquique ci sono 24 ore di bus, ma noi ce ne mettiamo 26. Il servizio comprende, oltre al viaggio, una piccola colazione e alcune soste lungo il tragitto. Percorriamo per un buon tratto la Panamericana, il famoso sistema di strade che collega l’Alaska al Cile. Mi piace l’autobus, il poter osservare i territori che attraverso, sentirli più vicini, anche se solo per pochi istanti. Iquique è sul mare, c’è odore di pesce ovunque e un clima caldo e secco tutto l’anno, vista la sua vicinanza con la zona desertica. Dopo aver trovato alloggio in una via che ha l’aspetto da far west e dopo un buon pranzo, faccio un giro per la città. Si alternano vie interne lasciate un po’ a se stesse, con case dalle mura sgretolate e aride, e la parte costiera, con la spiaggia su cui si affacciano alti palazzi che ricordano film ambientati a Miami. Il centro è una zona pedonale tutta pavimentata; l’architettura è del XIX secolo, periodo in cui nacque la città a seguito dell’intensa attività mineraria. I luoghi di vero interesse si trovano fuori dalla città, come le salnitreras di S. Laura e Humberstone, con il contiguo villaggio abbandonato. La salnitrera è l’impianto con cui si estrae il salnitro (nitrato di potassio). Humberstone, patrimonio UNESCO, fondata nell’ottocento, fu abbandonata negli anni ’60, trasformandosi a tutti gli effetti in una città fantasma e poi in imperdibile meta turistica. Le case, la scuola, il magazzino, il teatro, la piscina: tutto ricorda il passaggio dell’uomo ma ora drammaticamente vuoto e silenzioso, battuto dal sole cocente.

Altra meta turistica di grande fascino sono i geoglifi di Cerros Pintados, giganteschi disegni nella terra, visibili anche dall’alto proprio per le grandi dimensioni. Si tratta di figure geometriche, zoomorfe e antropomorfe, opera di antiche comunità preispaniche residenti nella zona di Pintados. Si estendono per vari kilometri lungo le colline e da Iquique sono raggiungibili attraverso gite organizzate in autobus o in macchina. La terra arida, le colline terrose, senza erba, senza verde rendono ancor più visibili le immagini. Intorno non c’è nulla, solo terra, pietra e polvere. Il tour che ho prenotato include anche la località di Pica, con le sue terme a 20°C e la cittadina di La Tirana, in tripudio per il Venerdì Santo, con una rappresentazione della crocifissione sul sagrato della chiesa. Una volta di ritorno a Iquique ho giusto il tempo per una doccia e una rapida cena prima di riprendere di nuovo il bus: un viaggio notturno nell’entroterra verso il deserto di Atacama, uno dei luoghi più affascinanti della Terra. Le guide consigliano di solito di raggiungere San Pedro de Atacama, un piccolo villaggio nel deserto, e usarlo come base per le innumerevoli e spettacolari escursioni che offre la zona. Arrivo di mattina, dopo un viaggio piuttosto burrascoso in cui veniamo fermati da membri dell’esercito nel mezzo della notte, fatti scendere e schierare per un’ispezione. Il bagagliaio dell’autobus viene completamente svuotato e perquisito. La cosa non solo mi toglie il sonno, ma mi fa piombare per alcuni minuti nella scena di uno dei tanti film visti sulle dittature dell’America Latina. Non succede nulla, ma tutti ripartiamo spaventati.

Meno male che San Pedro mi accoglie col suo calore, con la vivacità cosmopolita e hippie di un piccolo villaggio circondato solo da una natura splendida. C’è gente da tutto il mondo, che si perde in bicicletta o a piedi fra le piccole viuzze polverose, fra mura di basse casette bianche, negozi di artigianato e localini. Trovo alloggio all’Hostal Florida, tante camerate che si affacciano su un cortiletto interno, sono in stanza con un’altra ragazza di nome Kat. M’iscrivo a un tour alla Valle de la Luna, un luogo magico, davvero lunare, in pieno deserto di Atacama, a 2.500 metri sopra il livello del mare, un luogo quasi privo di umidità, flora e fauna inesistenti. La lunga erosione cui fu sottoposto, l’ha trasformato in una zona depressa circondata da dune e creste di pietra dalle forme affascinanti. L’agenzia con cui viaggio, Mundo Andino, è composta d gente davvero in gamba: visitiamo la Valle de la Muerte, vari canyon e alla fine del pomeriggio la Valle de la Luna. Lego le scarpe al collo e inizio a percorrere scalza il profilo di una duna, in cerca del punto più alto da cui poter vedere il tramonto, il momento in cui le rocce e il cielo ammaliano con le loro sfumature di rosso, arancio, lilla e azzurro. Una transumanza umana: gente in fila sulle creste delle dune, camminando, salendo, scendendo.

Torniamo a San Pedro con l’oscurità. Ceno in un ristorante molto bello, con un falò nel centro, un ambiente molto rilassato, ma il servizio è lentissimo. Questo purtroppo è l’inconveniente di tutti i locali in cui m’imbatto, la lentezza, ma con un grande vantaggio: le pietanze sono sempre ottime, fresche e cucinate al momento, quindi nulla di precotto o surgelato.

Il giorno seguente salta l’escursione alle lagune e quindi per non perdere la giornata noleggio una bicicletta, una tavola e vado a fare sandboard sulle dune. L’aria è tersa, il sole cocente e lo spazio intorno immenso. Per arrivare alle dune, dopo aver percorso un lungo percorso di strada asfaltata, bisogna percorrere un tratto di cañón (o canyon) le cui pareti rilasciano un calore secco e soffocante. Fare sandboard è difficile! Finisco sempre per terra e con sabbia ovunque. Voglio fare di nuovo visita alla Valle de la Luna, ma è ancora troppo lontana e al tramonto la strada d’accesso viene chiusa: per un po’ mi ero fatta l’illusione che un luogo così selvaggio non potesse essere sottoposto a delle simili ristrettezze… Torno a San Pedro all’imbrunire, distrutta, piena di polvere e arsa dal sole. ​Un nuovo giorno, una nuova escursione: lagune di Miñiques e Miscanti, e lungo il cammino colazione al Salar de Atacama, un immenso lago salato in cui convogliano i sali minerali del suolo vulcanico trascinati dall’acqua piovana. L’acqua che evapora lascia una crosta bianca dall’aspetto cristallino. Un’enorme distesa bianca, rifugio di fenicotteri e altri uccelli graziosi.

Laguna Minique

Le lagune si trovano a 4.200 m e le guide consigliano di non fare movimenti bruschi, ma di muoversi lentamente e bere molta acqua, data la poca quantità di ossigeno nell’aria. La laguna di Miscanti è la più grande, con una curiosa forma a cuore. L’acqua è uno specchio blu in cui si riflette il Vulcano Miñiques. Il silenzio intorno è assoluto, l’aria fredda, rarefatta. Cammino lentamente fra le rocce rosse, gli arbusti, mi godo il cielo terso. Scendiamo verso due piccoli villaggi, Socaire e Toconao, quest’ultimo sorto in un’oasi dall’acqua incontaminata e caratterizzato dagli svariati alberi di frutta. Qui si pratica l’artigianato e la scultura di pietra vulcanica (compro una splendida miniatura del campanile della città). Non siamo molto distanti da San Pedro, ritorniamo all’imbrunire e passo la serata comprando qualche regalo e chiacchierando con Kat, ma potrei passare tutta la notte osservando il cielo: qui nel deserto non c’è inquinamento luminoso e le stelle sono sconvolgenti, come non le ho mai viste in vita mia, non per nulla sulle Ande si trovano vari osservatori visibili di giorno, da lontano.

Giorno seguente sveglia alle 3.30! Direzione: Geyser del Tatio. Anche oggi sono fortunata e capito in un bel gruppo, con gente curiosa e soprattutto non schizzinosa (cosa che purtroppo capita anche nelle escursioni più selvagge…). L’orario di partenza è uguale per tutti i tour operator della zona ed è inevitabile il formarsi di una fila di furgoncini tutti diretti nello stesso luogo. Ci sono quasi tre ore di viaggio e l’alba è il momento più suggestivo, con il sole che sbuca dalle montagne e riscalda l’aria gelida che neppure il vapore riesce a mitigare (-9°C al mio arrivo, 4600 metri di altitudine). Avvistiamo vizcachas (un incrocio fra il coniglio e lo scoiattolo) e vicuñas (molto simili al lama). In zona ci sono delle vasche naturali d’acqua calda dal colore lattiginoso: non resisto alla tentazione di tuffarmi. Si sta divinamente e ci si dimentica dell’aria gelida tutt’intorno.

Lasciamo i geyser per dirigerci verso dei villaggi indigeni. Diamo un passaggio a una donnina diretta a Chiu Chiu, carica di borse e il viso segnato da mille rughe. Facciamo sosta a un piccolo lago di acqua dolce in pieno deserto profondo 40 metri. La leggenda narra si sia formato con le lacrime di una principessa tradita dal suo principe e gettatavisi con suo figlio in braccio. Prima di raggiungere il villaggio di Chiu Chiu la nostra guida ci fa notare che dal vulcano Lascar esce un’immensa nube di fumo e la radio ne dà immediatamente notizia. Il Cile è caratterizzato infatti da un'intensa attività sismica e vulcanica. La piccola località di Chiu Chiu sorge su un’oasi e è caratterizzata dalla splendida chiesa di San Francisco, la più antica del Cile, risalente al 1600. Anche il villaggio di Lasana ha il suo fascino, con i resti della fortezza preispanica a ridosso delle colline. È piuttosto inquietante camminare fra queste mura: cunicoli, passaggi stretti, un lato della fortezza completamente a strapiombo su un dirupo. Sembra di percepire lo spirito di questi popoli lontani, le pareti e la terra ne sembrano intrisi, forse questo spirito non è mai morto e ha continuato a vivere qui nei secoli. Forse è una mia sensazione, o pura suggestione dopo aver sentito dire che nella zona esistono ancora gli sciamani, i saggi guaritori capaci di viaggiare nel mondo dei morti e di comunicare con loro.

Non ritorno a San Pedro, ma a Calama per prendere un autobus per La Serena. Scende un velo di tristezza, è un po’ come se il viaggio sia in parte terminato. Mi allontano da un luogo in cui sono stata davvero spensierata e forse in parte anche stregata. Forse non è necessario essere sciamano per percepire certe cose, credo che tutto qui trasudi misticismo, magia, qualcosa d’invisibile agli occhi. Il buio già avvolge tutto, l’autobus che si muove nella notte, il mio volto, le dune di sabbia e le rocce. E il cielo stellato…
​Mi sveglio e sono ancora in viaggio, mancano ancora tre ore e il tempo non promette bene: nuvole e odore di pioggia. Una volta giunta a La Serena trovo alloggio alla pensione Gregoria Fernández, una casa privata gestita dalla stessa Gregoria e dal marito Walter, persone gioviali e ospitali. La città, la seconda più antica del paese, non smentisce il nome che porta, è ridente, sul mare, piena di chiese e architetture neocoloniali. Purtroppo la prima cosa che faccio, con la scusa di dover cambiare dei soldi, è mettermi in un centro commerciale. Si risveglia l’animo da figlia del consumismo: cibo spazzatura, negozi, caos e tutto a portata di portafoglio. Il deserto di Atacama è davvero lontano. Mi compro un maglione di alpaca a un mercatino e faccio una passeggiata sulla spiaggia, anche se ormai è quasi buio. Da lontano si vede lo splendido faro che veglia sulla città; oltre l’oscurità solo il rombo del mare. Cena da “Daniela”, un locale molto alla mano dove giunge un suono di balera. Ritorno presto alla pensione: i padroni hanno lasciato delle luci soffuse e nell’aria c’è un delizioso aroma di vaniglia. Questo posto mi piace proprio.
​Da non perdere se si è in visita qui è l’escursione in barca alla riserva del Pinguino di Humboldt. La nostra guida si chiama Ivan, un tizio di origini siciliane e basche che faceva il banchiere e poi si è messo a fare la guida turistica. Il mare è piuttosto agitato e c’è nebbia ovunque. Ci prepariamo alla partenza con giubbetto impermeabile e salvagente. La barca è colpita da cavalloni per tutto il tempo: io sto malissimo e purtroppo di questa escursione non porto a casa molto materiale fotografico. Scorci della Isla Choros, con leoni marini, pinguini, pellicani e altri volatili. Ci fermiamo a Isla Damas, un’isola molto bella, piena di cactus e un’acqua cristallina. Raccolgo delle conchiglie viola-blu, mi farò una collana. Una volta di ritorno, mentre pranziamo, Ivan ci dice che nemmeno lui sapeva di preciso dove ci stessimo dirigendo con la barca, senza neppure una bussola! E che se ci fosse stato il capitano del porto non ci avrebbe mai fatti partire… Sorrido a denti stretti di fronte a tanta sincerità.


La Serena
La Serena offre locali notturni carini, dove ascoltare musica dal vivo e bersi un cocktail. In quest’occasione mi accorgo di una cosa curiosa e divertente: tutte le bevande in bottiglia hanno quantità completamente diverse e assurde rispetto a quelle europee, Coca Cola da 350 cl, 237 cl o birra da 335 cl…
​Il giorno seguente, dopo un’abbondante colazione in compagnia del gatto di Walter, riparto per Santiago. Non c’è posto nella Casa Roja e mi devo accontentare dell’Hostal Vicky. Non mi piace dormire in camerata, ma mi devo accontentare. Conosco varie persone, fra cui un ragazzo peruviano in città per motivi di studio. Vive in ostello, nella mia stessa camerata, non ha soldi per pagarsi un affitto o condividere una casa. Studia seduto a un piccolo tavolo, ma mi chiedo come faccia con il via vai che c’è qui. Mi trovo nel Barrio Brasil, un quartiere molto bello, chic e pieno di verde. Moltissima gente ovunque e aria di primavera, anche se siamo a metà autunno. È la mia ultima notte sul continente: domani mi aspetta il tanto atteso viaggio all’Isola di Pasqua (di cui abbiamo letto il report di Amarena Magazine num. 2 http://amarenamagazine.it/viaggi/viaggio-all-isola-di-pasqua) Il sud de Cile (e con sud mi riferisco da Santiago in giù) è una zona altrettanto affascinante, ricca di paesaggi spettacolari. Da Santiago arrivo a Temuco, di sera, dopo otto ore di viaggio in autobus e a essere sinceri è un po’ deludente. Trovo un alloggio economico e mi ritiro presto. Ho per la prima volta la TV in camera, ma trasmettono niente meno che “Porta a Porta” (gli effetti collaterali del digitale terrestre…), che dopo una doccia senza acqua calda fa proprio da ciliegina sulla torta a questa giornata poco documentabile.
Sveglia presto, voglio approfittare della giornata e iscrivermi a qualche escursione, ma questa fase “sud” de viaggio sembra non voler andare per il verso giusto: all’ufficio informazioni scopro che la meta adatta per escursioni interessanti non è Temuco ma Pucón, a 100 km più a sud. Approfitto quindi di questa giornata per comprare regali a uno splendido mercato artigianale mapuche.

Pucón si rivela essere la mia San Pedro del sud, un posto da favola nei pressi del Vulcano Villarica. Ha l’aspetto di un paesino di montagna, circondato da alte cime, case di legno, aria fresca, pini, verde, nuvole. È inevitabilmente una località turistica, ma una vera perla nella zona. Vediamo ovunque cartelli che pubblicizzano corsi di reiki, yoga, lettura di tarocchi e altre cose New Age. Questa volta non sono io a trovare alloggio, ma è l’alloggio che trova me. Vengo letteralmente accalappiata da una signora, Leonila, che vedendo il mio grosso zaino mi offre una stanza in casa sua a un prezzo irrifiutabile. Vive in una casetta tutta di legno con la figlia di circa dieci anni. Lei è gentilissima e si offre addirittura di farmi il bucato. Riesco a organizzare due escursioni imperdibili al Parco Nazionale di Huerquehue e la scalata del Vulcano Villarica e a godermi un po’ la cittadina. Il lago Villarica è molto suggestivo, la spiaggia di sabbia scura vulcanica è praticamente deserta. Il tempo sa di pioggia e gli conferisce un’aria malinconica. Faccio rifornimento per i giorni successivi: anche il semplice fare la spesa al supermercato si trasforma in qualcosa di curioso: prodotti sconosciuti, marche mai sentite, cibi introvabili da noi. Ottima cena al Tawen con vino Concha y Toro. Per le strade non c’è quasi nessuno, l’aria è fredda e nella mia stanza tutta di legno c’è un riscaldamento al massimo e a ogni movimento anche minimo tutto scricchiola.

Sveglia presto per l’escursione al parco di Huerquehue. L’autobus, pieno di turisti stranieri, inizia a inerpicarsi su sentieri irti e strettissimi che mi fanno trattenete il fiato a ogni curva. Una volta arrivati inizia un cammino che si snoda fra vari laghi (il Lago Chico, la Laguna Verde e il Lago Toro). Il parco è pieno di alberi di araucarie, una specie protetta e dalla forma molto strana, con un busto altissimo e i rami concentrati sulla cima. La guida ci lascia liberi di seguire il percorso che più ci piace. C’è molta umidità, il terreno è bagnato. Mangio qualcosa in riva ad un laghetto e verso la fine del pomeriggio ci ritroviamo tutti a un rifugio verso l’entrata del parco, una baita dove riscaldarsi, scrollarsi di dosso l’umidità e mangiare un pezzo di torta fatta in casa. Incontro una gatta molto carina e socievole ed è inevitabile pensare alle mie due, così lontane da me.
​Di tutti i viaggi e le escursioni da me fatte fino ad oggi, senza dubbio l’esperienza più faticosa e assurda resta l’ascesa al Vulcano Villarica. Le guide con cui siamo ci riforniscono di tutto: tuta impermeabile, giubbotto da sci, scarponi, ramponi e piccozza. Il gruppo super internazionale è composto da italiani, irlandesi, svedesi, americani, francesi e inglesi. La “bella” notizia è che la funivia con cui dovremmo percorrere per lo meno la prima parte della salita è fuori uso, quindi scaliamo la prima parte del vulcano immersi fino alle caviglie in sabbia e sassi neri. Un primo stop per ingerire zuccheri e bere. La giornata è splendida, ma da lì in su tutto è coperto di neve e l’aria sempre più fredda. Le guide ci insegnano come indossare i ramponi e a come usare la piccozza in caso di scivolamento. Inizia la vera salita. Tutti in fila indiana, allo stesso passo. Un’ascesa di circa cinque ore totali fino a raggiungere la cima, dove per altro restiamo ben poco, dati i miasmi sulfurei che fuoriescono dalla bocca del vulcano. Cerco di avvicinarmi, ma una nube irrespirabile impedisce di vedere qualsiasi cosa. Da qui la vista è splendida. Altre due ore circa di discesa, abbastanza faticosa, ma a tratti divertente, scivolando sulla neve, seduti come su uno scivolo. Dopo questa esperienza stremante le nostre guide ci offrono una birra sul terrazzo dell’agenzia: da lontano si vede il vulcano e con orgoglio penso a come sia incredibile che poche ore prime mi trovassi su quella cima.

Non mi trattengo molto, alle nove di sera ho un autobus per Temuco e poi un altro per Puerto Montt. Lascio la casetta di bambola e saluto la signora Leonila, dispiaciuta per non essere riuscita a prepararmi nulla per il viaggio. Adorabile. Una volta sull’autobus crollo fino a Temuco, dove devo aspettare quasi due ore per la coincidenza. Altro autobus, crollo di nuovo.
Arrivo a Puerto Montt alle 6.30 del mattino, è domenica e non c’è nessuno per le strade, tutto è chiuso e non circolano nemmeno i micro (così si chiamano i piccoli autobus urbani in Cile). Trovo alloggio all’Hostal Central, una grande casa gestita da una ragazza dall’aspetto malconcio. Moquette ovunque, tende e tappezzerie a fiori, colonne e capitelli, ma non c’è nessun ospite oltre a me. Dato che è impossibile trovare un bar o un negozio aperto prima delle 10.00, decido di dormire un po’ e poi andare in avanscoperta. La città è splendida, con una bella zona collinare, scalinate, case di legno. È tranquilla, la gente mi sembra felice, serena. Di sera la temperatura si abbassa drasticamente. Siamo alle porte della Patagonia e le temperature si fanno, scendendo, sempre più rigide.
A poca distanza da Puerto Montt c’è Chiloé, una grande isola quasi attaccata alla terra ferma, la più grande dell’arcipelago cui appartiene.​ L’autobus fa un viaggio diretto, imbarcandosi su un traghetto che porta direttamente ad Ancud, una delle due città principali, una meraviglia dall’aria molto irlandese: case colorate, verde, mare e mucche che pascolano. Deposito lo zaino ancora prima di trovare alloggio, voglio godermi questa giornata di sole, una rarità in questa zona dove piove quasi tutto l’anno. In questa passeggiata mi segue un cane, una femmina molto mite, forse in cerca di cibo. Giungo fino alla fortezza da cui si gode un bellissimo paesaggio: Ancud fu infatti l’ultimo baluardo della resistenza spagnola prima dell’indipendenza. Mi godo la calma e la pace sdraiata nell’erba con il mio cane cileno. Ritorno alla stazione per prendere un altro bus e perdo di vista il cane, forse anche lei non ama gli addii… Direzione Castro, la capitale dell’isola, dichiarata patrimonio UNESCO per i suoi palafitos, case costruite su palafitte. Dal mio ostello ho una splendida vista sul mare, non per nulla si chiama Hostal Mirador. Purtroppo data la bassa stagione la serata a Castro non offre molto, quindi mi ritrovo a cenare nello stesso posto in cui avevo fatto l’aperitivo. Risparmio le energie per la mattinata, voglio visitare il museo d’arte moderno, che sfortunatamente è aperto solo d’estate… Cerco allora i famosi palafitos, distribuiti un po’ ovunque nella città. Purtroppo l’acqua delle insenature in cui si trovano è piuttosto bassa e si perde un poco l’effetto dei colori riflessi, ma resta il fatto che visti dall’alto collinare abbiano un aspetto molto caratteristico. Il piccolo paesino di Chonchi merita una visita, con le sue chiese di legno di cipresso e una meravigliosa passeggiata lungo la costa. C’è tranquillità assoluta e un’altra rara giornata di sole. Capita in questi posti di mettersi a osservare il mare e non pensare a nulla, spegnere la mente e lasciare che gli occhi si nutrano del paesaggio.

Chiloé possiede una propria mitologia, sviluppatasi grazie all’incontro della popolazione indigena e di quella europea, favorita poi dalla geografia dell’isola, dai numerosi boschi e dal mare. Si tratta di creature zoomorfe o dall’aspetto malforme e quasi sempre maligne. Sull’isola sono raffigurate da statue che ne indicano il nome e una breve storia. Torno a Castro e ceno da Octavio, un delizioso ristorante sulle palafitte. La temperatura è di nuovo scesa e infine arriva la nebbia ad avvolgere tutto.
L’ultimo giorno lo dedico alla visita di mercati artigianali e cooperative equo-solidali. Cestini intrecciati, oggetti, gioielli e il vero pezzo forte: vestiti di lana grezza, non proprio economici ma di rara bellezza. A mio malincuore devo fare ritorno a Santiago senza poter visitare la Patagonia: non ho tempo e denaro a sufficienza e l’attrezzatura adatta per un viaggio in questa terra impervia. Cambio vari autobus e viaggio di notte. Passo per Ancud, ma non intravedo il cane…
In questo mio ultimo giorno nella capitale (e in Cile), ho appuntamento con il suocero di un mio amico per uno scambio di pacchetti e regali per la figlia, compro regali a un mercato (tra cui una zampoña per mio papà, cioè il flauto di Pan) e mi congedo da Marcelo e Cote, che ci invitano a un’altra merienda a base di empanadas, coca cola, biscotti e tè. Ci riaccompagnano in ostello (di nuovo la Casa Roja) passando per il Cerro San Cristóbal, con la statua della Vergine illuminata. Un cerchio che si chiude insomma…
Dal letto della mia stanza in Italia, dopo un tranquillo viaggio di ritorno, di nuovo immersa nella mia atmosfera e nei miei ritmi di sempre, ripenso a tutto ciò che ho visto, respirato, assaporato e vissuto nell’ultimo mese. La Valle de la Luna è sempre là, il Salar è là, Ancud, il cane, il mare, i vulcani, i pinguini, la sabbia, le case di legno: tutto è là. Dopo un viaggio così bisogna preservare la memoria, fare tesoro di questa parte di mondo così lontana, così diversa dalla mia terra, di questi ritmi che noi europei abbiamo perso o forse non abbiamo mai conosciuto, di questa pace e spensieratezza che questo viaggio mi ha regalato. ​