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Irlanda, in viaggio tra passato e presente
testo e foto di Giovanna Intra

Tutti hanno un posto che sognano di visitare, un posto che si ama ancora prima di vederlo, che hai la certezza che non ti potrà deludere. Questo posto è stato per me l’Irlanda.

Siamo nell’estate del 1998, non esiste Ryanair, non esiste l’Euro, io sono una fan scatenata degli U2 e ho letto più cose sull’Irlanda che sul mio stesso paese. Storia, cultura, lingua, musica, letteratura: tutto mi affascina di questa terra. E alla fine mi decido e compro il biglietto per Dublino, senza sapere che sarebbe stato il primo di una lunga serie.

È agosto, l’Irlanda non è propriamente un luogo “estivo”, ma vi è una grande quantità di turisti da tutto il mondo. L’impatto con la capitale è molto positivo: il paese non è ancora la Tigre Celtica del boom economico di qualche anno dopo, ma già si notano i primi sintomi. La Dublino “folkloristica”, zeppa di pub e musica tradizionale in gaelico come indicano le guide, si sta poco a poco aprendo al resto dell’Europa, al resto del mondo. Ristoranti di sushi, cucina vegetariana, organica, vietnamita, italiana, negozi d’abbigliamento alternativo, discoteche di musica elettronica, gente di ogni nazionalità . Se un tempo si abbandonava il paese per cercare fortuna all’estero e fuggire dalla ristretta mentalità isolana, ora è tempo di ritornare, di aprirsi e godere di questo promettente cambiamento.

La città è viva, colorata, indifferente alla frequente pioggia; tutti sembrano presi da un gran da fare. Artisti di strada, parchi ben curati e zeppi di gente, spumeggiante vita notturna e musica, musica, musica ovunque! Ma non può essere tutto perfetto. Capito in un pessimo alloggio: purtroppo per chi ha un budget limitato Dublino è anche questo, vecchi edifici non curati adibiti a bed & breakfast, nulla a che vedere con le graziose villette a gestione familiare che si trovano in periferia o meglio ancora fuori città .

La mia prima tappa dublinese è piuttosto tradizionale: Temple Bar, Trinity College e Book of Kells, le principali vie dello shopping come O’Connell Street e Grafton Street, St. Stephen’s Green (uno splendido parco nel cuore della città ), la cattedrale di St. Patrick e la fabbrica della Guinness. Camminare per queste vie è come tuffarsi fra le pagine di uno splendido libro già letto, immaginato, vissuto con la fantasia.

Un viaggio in Irlanda non si può definire tale se si limita alla capitale. Infatti, è uscendo dalla città che si può assaporare l’essenza di questo splendido paese.

Pur esistendo un servizio d’autobus piuttosto efficiente, opto per la macchina, che una volta superato lo shock della guida sulla sinistra si rivela essere il mezzo di trasporto migliore, per fare soste a piacimento e scattare foto alle numerose bellezze del paesaggio.



Mi sposto sulla costa ovest, diretta verso sud, fra strade provinciali e insegne bilingui, passando per la splendida spiaggia di Bray, la cittadina di Wicklow e Wexford, dove si sta celebrando una sagra estiva con tanto di fuochi artificiali. Il padrone del bed & breakfast in cui alloggio è un signore baffuto molto simpatico e gioviale. “Hi folks!”, così saluta. Qui finalmente trovo una delle tipiche sistemazioni tanto declamate: villetta molto carina, ordinata, pulita, a gestione familiare. Succede spesso che per far fronte alle spese molta gente decida di aprire un bed & breakfast e affittare ai turisti quelle che un tempo erano le stanze dei figli che ormai hanno lasciato la casa (le famiglie irlandesi sono solitamente numerose). Per questo capita di dormire in stanze piene di foto, oggetti personali, ricordi. E per sentirsi ancora di più come a casa propria non può mancare la tipica ospitalità irlandese, un mix di cortesia, disponibilità e buon umore. Se il “bed” è ottimo, il “breakfast” non è da meno: toast con burro e marmellata, salsiccia, uova, funghi, pomodori, caffè o tè, succo d’arancia, lo sprint giusto per iniziare una giornata di viaggio.



Spostandosi nell’entroterra ci si addentra in una campagna verdissima, collinosa, popolata dalle tipiche pecore dal muso nero, mucche e rocche medievali sparse su tutto il territorio. Nella contea di Tipperary si trova la splendida Rock of Cashel, una fortezza celtica risalente al IV secolo. La struttura, conservata piuttosto bene, s’innalza su una collina ed è visibile anche da lontano, dando al paesaggio un aspetto fiabesco.

In prossimità si trova il Castello di Cahir, dall’aria meno romantica ma imponente, massiccio, uno dei più grandi d’Irlanda e molto ben conservato.

Continuo verso sud. La tappa successiva è una vera perla nella contea di Cork, Schull, una piccola cittadina di mare. Arrivo in una splendida giornata e ho tempo di godermi un meraviglioso tramonto sulla baia dalla finestra della mia stanza. Per ristorarsi dopo una giornata di viaggio e sfuggire all’aria fredda della notte, un pub è la meta perfetta. Calore, ambiente gradevole e musica dal vivo. Ancora oggi, dopo anni, non posso dimenticare quella coppia di musicisti e il pubblico ascoltando in religioso silenzio le loro ballate. La musica fa da padrona.

Canzoni che raccontano storie, leggende, parte della cultura di un popolo che spesso ha trovato in quest’arte una via d’uscita alla povertà e un modo per raccontarsi. Spesso sono i genitori stessi a incoraggiare questa passione, insegnando ai figli ciò che loro stessi sanno, accompagnandoli a concorsi o semplicemente alle loro prime esibizioni. È così che una sera, non ricordo bene dove, assisto ad una scena spettacolare. In un pub un piccolo gruppo di clienti abitudinari suona e canta in un angolo del locale. All’improvviso entra un uomo con il figlio, un bambino di sei o sette anni, e inizia a parlare con i musicisti. Capisco che vuole che il piccolo suoni con loro. Il gruppo si apre, il bambino si siede con loro al tavolo ed estrae da un fodero una splendida fisarmonica blu. Pochi cenni d’intesa e iniziano tutti a suonare, il bimbo con loro, senza sbagliare una nota. Resto a bocca aperta. Non so se la cosa sia stata programmata o no, ma piovono applausi da ogni parte. Non posso essere più estasiata di così…

Lascio Schull e m’inoltro nel Kerry, con le sue verdi colline, il lago di Killarney e la cittadina di Tralee, in tripudio con il Rose of Tralee Festival, il famoso concorso di bellezza in cui sarà incoronata la giovane più bella, la Rosa. Il nome deriva da una delle ballate più famose della musica tradizionale irlandese, The Rose of Tralee, storia di una splendida giovane chiamata “rosa” per la sua bellezza.

La meta successiva è Limerick, capoluogo dell’omonima contea, città di origine vichinga sulla foce del fiume Shannon. Nel centro storico primeggia il massiccio King John’s Castle e nonostante in generale sia una città piuttosto grigia, ha una vita notturna vivace. Vale la pena dedicare una breve sosta al castello di Bunratty, poco fuori città , il meglio conservato d’Irlanda.

A meno di 70 km a nord di Limerick si trova Galway, una splendida cittadina alle porte del Connemara. Viva, colorata, bohemien, giovane: è la meta perfetta per chi ama il divertimento, ma vuol godersi anche un giro in bicicletta nel verde, un caffè in un bar tranquillo o una passeggiata sulla costa. Quasi tutto qui è concentrato nel piccolo centro cittadino e, come molti luoghi che non siano Dublino, vive un vero e proprio svuotamento durante i mesi più freddi. Ciò nonostante resta uno dei luoghi più affascinanti del paese, in prossimità di due luoghi dal profondo misticismo: le isole Aran e i Cliffs of Moher.

Inis Mór, Inis Meáin e Inis Oír sono i nomi delle tre isole, costantemente battute dal vento oceanico. Dal porto di Doolin giungo sulla più grande, Inis Mór, dopo un viaggio di meno di un’ora. È una giornata (stranamente) splendida, con sole e quasi assenza di nubi. Poiché la mia sosta dura solo fino al tardo pomeriggio e voglio godermi l’aria pura, noleggio una bicicletta. Le Aran sono delle tavole di roccia calcarea sospese nell’oceano, ma le strade sono un continuo saliscendi fra campi divisi da muretti a secco, piccole costruzioni di pietra senza tetto e mucche pacifiche.

All’orizzonte solo l’immensa distesa blu. Isole qualsiasi, si potrebbe pensare, ma il loro fascino sta proprio nella loro semplicità : sottili lingue di terra spazzate dal vento, isolate, coraggiose, in balia della natura, popolate da gente cresciuta ascoltando il grido del mare.

I Cliffs of Moher (contea di Clare), splendide scogliere a picco sul mare, offrono una vista mozzafiato.



Si stendono per più di 8 km e in alcuni punti raggiungono un’altezza di più di 200 metri. Ci si può sedere o addirittura sdraiare sul bordo del precipizio completamente privo di barriere e godersi la vertigine e un panorama a perdita d’occhio sull’oceano. Da qui, nelle giornate più limpide, sono visibili le isole Aran.

Taglio di netto il Connemara (ci ritorno alcuni anni dopo) e mi dirigo a Sligo, nell’omonima contea. Anche qui trovo uno splendido bed & breakfast immerso nel verde. Clima uggioso, autunnale, malinconico. Sono nella terra natale di W. B. Yeats, poeta nazionale e premio Nobel per la letteratura nel 1923.

La statua a lui dedicata si erge nel centro della città ; non manco di far visita alla sua tomba: una semplice lapide con alcuni versi incisi, dei fiori deposti ai suoi piedi, anonimo omaggio alla sua intramontabile opera carica di lirismo.

Il Donegal è la contea più settentrionale della repubblica d’Irlanda, la più selvaggia, la più impervia, ricca di paesaggi straordinari. Sembra un paese a sé: non fa parte dell’Irlanda del Nord ed è unita alle altre contee solo da un lembo di terra. Grazie alla sua posizione è una roccaforte della lingua gaelica e della cultura celtica in ogni suo aspetto. Ma è la natura la vera protagonista della bellezza di questa regione. Coste battute dalle onde, vento, pioggia, distese verdi, spiagge i cui confini si mescolano con quelli del mare e del cielo, creando un fondo uniforme e irreale. Una regione che resta nel cuore, negli occhi e nella mente e che dopo molti anni lascia vivo in me il suo ricordo.

Dal Donegal faccio ritorno a Dublino tagliando di netto il paese. Da qui prendo un treno e mi dirigo a Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord. La città è tristemente famosa per i numerosi attacchi terroristici dell’IRA, scontri fra cattolici e protestanti, barriere con filo spinato e cartelli che separano drasticamente la zona di Shankill e l’inizio di quella di Falls. M’imbatto ovunque in graffiti di propaganda politica, intere facciate di case adibite a manifesto divulgativo in memoria di chi è morto per la libertà . Oggi la situazione è diversa: la città non può dimenticare il passato, ma ciò non le impedisce di guardare al futuro. Zone strappate al degrado, nuovi edifici, una nuova faccia: Belfast è una bella città , aperta al turismo, alle novità . Chiedo a un signore per strada qualcosa a proposito dei “troubles” (così chiamato il periodo di conflitti fra cattolici e protestanti), ma ottengo una risposta piuttosto vaga, che forse è la più ovvia, dato che oggi regna la tranquillità (eccetto alcuni scontri sporadici), e la profonda ferita che ha sfigurato per anni questa terra sta poco a poco sanando.

Ritorno di nuovo a Dublino per il mio terzo e ultimo soggiorno (almeno per ora…). Ora è ancor più evidente l’abisso che esiste con il resto del paese. L’Irlanda è anche questo: ciò che non è la capitale resta inevitabilmente sospeso in un mondo fatto di ritmi, costumi e mentalità a sé. La campagna e la città , la capitale e la provincia, ben distinte. Conforta però sapere che esistono ancora zone così, “incontaminate”, “fuori dal mondo”.

Sono ormai passati molti anni da questa esperienza e nei miei viaggi successivi è stato inevitabile notare i cambiamenti progressivi e profondi soprattutto in città .

Ma nelle periferie del paese ho ritrovato di nuovo l’incanto del verde, dell’aria fredda e umida a cento all’ora sul mio viso, di distese desolate dimenticate dall’uomo e orgogliosamente ignare di ciò che accade altrove.