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Icone, che passione!



Riccardo Di Bari, imprenditore nel settore della comunicazione multimediale colleziona icone pop tridimensionali legate alla promozione pubblicitaria.
Sono ormai oltre 1.400 le statuette, i busti e i gadget che raccontano la storia minuta ma importante della pubblicità.

Ma come è nata l’idea della collezione?
“In maniera del tutto casuale - esordisce Di Bari - quando navigando su internet ho scoperto il “Museum of Advertising Icons”, un museo americano online che ripercorre la storia delle più famose icone pubblicitarie della storia del merchandising.
Mi fece venir voglia di collezionare questo tipo di oggetti, per farne una collezione bizzarra e fuori dal comune. Da lì la ricerca è proseguita su E-bay e altri siti di vendita, oltre che in negozi e mercati di tutto il mondo. Ho sempre privilegiato il mercato USA perché è quello più prolifico per i pezzi che cerco, dato che è sempre stato fortemente incentrato su un sistema iconografico che ha rappresentato molte aziende e ancora più prodotti”.

Con quale criterio sceglie le sue icone?

“Ogni oggetto deve avere due requisiti fondamentali: deve essere dichiaratamente pubblicitario ma anche tridimensionale. Non colleziono – insomma – pubblicità su carta, ma solo “oggetti” pubblicitari. All’inizio avevo bisogno di accrescere in fretta la raccolta e mi capitava di acquistare anche trenta o quaranta pezzi al mese.”

Oggi Di Bari ne acquista ancora trenta, ma all’anno, perché diventa sempre più difficile ampliare la collezione mantenendo un notevole rigore stilistico.

Quale è stato il suo primo acquisto?

“Una prugnetta di gomma viola con gli occhiali da sole, che pubblicizzava la California Raisins, un’azienda che produce prugne essiccate della California.
Tra i pezzi più rari ci sono il “Mister Tomato” un espositore da banco in cartapesta che rappresenta un pomodoro col cappello a cilindro che nel 1939 veniva fornito ai rivenditori del Ketchup Heinz; due esemplari di “Tuff guy”, l’uomo duro della Westinghouse, che testimoniano come il marchio si evolve parallelamente all’azienda che rappresenta. Il primo busto - che somiglia a un nerboruto scimmione, simbolo di forza bruta – risale al 1940, quando l’azienda produceva solo armamenti pesanti. Il secondo, del 1955, è sempre muscoloso, ma è molto cambiato: ora indossa un tocco da cuoco perché la Westinghouse – terminato il periodo bellico - si è convertita alla produzione di elettrodomestici.
E ancora il “Geniol”, un analgesico argentino simile all’ Aspirina, rappresentato dalla testa di un malcapitato con tanti chiodi conficcati in testa, la sveglia a forma di testa di gallo della Kellog’s (che – a scelta del proprietario – all’orario indicato suona come una comune sveglia o canta come un gallo), il dandy edwardiano della Johnny Walker, chiamato Striding man (l'uomo che cammina a grandi passi, nell'intenzione del suo creatore, verso il futuro); la sua postura contiene peraltro un chiaro richiamo al cognome del fondatore John Walker, letteralmente "camminatore".
E poi la Zebra gialla e nera della torinese Cinzano, i personaggi Lavazza del Carosello e una serie di tipici Bibendum della Michelin, tra cui uno nero, specificamente concepito per il mercato africano. E tanti altri ancora…”
Una miriade di oggetti diversi e variopinti, che attirano lo sguardo di chi li osserva ed hanno tutti una storia da raccontare.